Chiara Samugheo: dai reportage neorealisti alle dive del cinema

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Chiara Samugheo: dai reportage neorealisti alle dive del cinema

Chiara Samugheo è stata una fotografa italiana, nata a Bari nel 1925 (anche se diverse fonti riportano 1935), che ha profondamente segnato la storia della fotografia italiana del secondo Novecento. La sua carriera inizia nel 1953, anno in cui dalla città natale si trasferisce a Milano, in cerca di autonomia professionale e personale. Qui entra in contatto con intellettuali e artisti, tra cui Giorgio Strehler, che la vorrebbe attrice, e Pasquale Prunas, che le suggerisce, invece, la fotografia. Dopo un periodo di “apprendistato” presso il fotoreporter Federico Patellani, Samugheo inizia a pubblicare le proprie immagini sulle pagine della rivista “Le ore”, fondata proprio da Prunas.

Dopo i primi due servizi, tra cui I Mussolinidi pubblicato del marzo 1954, la fotografa realizza quello che tutt’ora rimane il suo reportage più noto: a fine giugno Samugheo riesce a entrare nella cappella di San Paolo a Galatina con una macchina fotografica e testimoniare per la prima volta il rito coreutico finale del fenomeno del tarantismo. Nasce così Il ballo del furore, pubblicato sul numero del 24 luglio 1954: le immagini rendono l’idea di un luogo affollato, dei movimenti concitati e del complesso rapporto tra il corpo femminile e lo spazio sacro. Sono fotografie di rottura, che mostrano al resto dell’Italia aspetti della religiosità e del sud fino a quel momento sconosciuti (manca ancora qualche anno alla pubblicazione de La terra del rimorso di Ernesto De Martino).

Questo lavoro vale a Samugheo l’inizio della collaborazione con il mensile “Cinema nuovo”, diretto da Guido Artistarco, il cui scopo era promuovere un uso della fotografia di tipo narrativo, profondamente legato all’estetica neorealista. A gennaio del 1955 esce Le invasate: si tratta dello stesso reportage del giugno precedente, ma di scatti inediti, visto che le fotografie pubblicate su “Le ore” lo erano in esclusiva. Il testo è di Emilio Tadini, a cui Samugheo racconta al telefono l’esperienza vissuta. L’impaginazione aumenta la forza delle immagini: in apertura, una donna è in piedi sull’altare, mentre il finale presenta una tarantata crollata a terra (il «caracollo» di fine rito, di cui parlerà De Martino nel 1961).

• Chiara Samugheo ed Emilio Tadini, Le invasate, in “Cinema Nuovo”, n.50, 10 gennaio 1955

Su queste due riviste Samugheo racconta l’Italia multiforme e, a tratti, inaspettata del dopoguerra: pubblica inchieste che vanno dalle realtà più difficili del meridione agli ambienti patinati del jet set a Venezia. Proprio lavorando per “Cinema Nuovo” alla Mostra del cinema, le capita di ritratte l’attrice Maria Schell sulla spiaggia del lido, fotografia che diventerà la copertina del numero del 1 ottobre 1956. Siamo alla svolta: da questo momento in poi, nonostante Samugheo frequentasse il mondo del cinema già da un po’, il suo lavoro sarà sempre meno legato al reportage neorealista e sempre più noto, invece, per i ritratti di star.

• Chiara Samugheo e Domenico Rea, I bambini di Napoli, in “Cinema Nuovo”, n. 63, 25 luglio 1955

• Chiara Samugheo, I padroni del cinema italiano, in “Cinema Nuovo”, n. 67, 25 settembre 1955

• Chiara Samugheo, Cover Maria Schell, in “Cinema Nuovo”, nn. 90-91, 1 ottobre 1956

Nasce «la fotografa delle dive». Samugheo riesce a entrare in forte sintonia con le attrici, arrivando a ritrarle con uno stile diventato celeberrimo esso stesso: set esterni, luce naturale, colori saturi e brillanti, sguardi spesso in camera, oggetti di scena che moltiplicano volti e spazi.

Ne sono degli esempi perfetti non solo i brevi articoli per “Le Ore” o le copertine per “Cinema Nuovo”, ma anche le collaborazioni con la rivista “Ferrania”. Del resto, proprio con strumentazione dell’azienda omonima Samugheo realizzava i propri lavori, fino dagli esordi. Potremmo dire che i ritratti delle dive riscontrano il favore del pubblico per un insieme di fattori perfetto: siamo nel momento più felice del cinema italiano del dopoguerra, le case di produzione promuovono sempre di più le figure delle star, attraverso un insieme di pratiche transmediali, e attraverso le fotografie di Samugheo il lettore si sente più vicino all’oggetto del desiderio. L’intimità del rapporto tra fotografa e soggetti, insomma, diventa quello agognato dal pubblico.

• Chiara Samugheo, Cover Marilù Tolo, in “Cinema Nuovo”, n. 5, maggio 1965

• Chiara Samugheo, fotografia di Claudia Cardinale, in Claudia Cardinale (Milano: Lerici 1962)

La carriera di Samugheo è caratterizzata da alcune collaborazioni iconiche, come quella con l’attrice Claudia Cardinale, ritratta per la prima volta nel 1959 per “Le Ore”. Nel 1961 la fotografa assisterà, dopo averlo probabilmente organizzato, a un incontro-intervista tra la diva e Alberto Moravia: l’articolo sarà pubblicato sul mensile statunitense “Esquire” a maggio, presentando una versione di Cardinale in cui la sua bellezza fa da eco a quella di Roma, città sfondo del servizio a colori. L’esperimento piace all’editore Lerici, che pubblica l’intervista in Italia l’anno successivo, con fotografie in bianco e nero, molto diverse da quelle dell’articolo di “Esquire”, commissionate a quattro fotografi, tra cui Samugheo.

Nel 1971 Calogero Cascio pubblica il libro Professione fotoreporter, includendo interviste ad alcune fotografe italiane, tra cui Samugheo, pubblicate precedentemente su “Fotografare” nel settembre 1970. L’autore chiede alle colleghe, che definisce «donne fotografo», quali siano le sfide da loro affrontate in un campo tradizionalmente appannaggio maschile. Samugheo, pur non avendo mai espresso una propria adesione alle lotte femministe, riconosce la disparità di opportunità e trattamento: «[…] secondo una certa convenzione sociale, fare fotografie è una professione maschile e quindi una donna è sempre guardata con sospetto. Suscita ammirazione ma, al tempo stesso, non viene mai presa sul serio.»

• Calogero Cascio, Se la signora fa clic, in “Fotografare”, settembre 1970

Negli anni successivi ai suoi esordi, la fotografa si sposta a Roma e poi a Nizza. Viaggia per lavoro, continuando a ritrarre star, ma dedicandosi anche a fotolibri, sia di reportage sia di paesaggio. Rientra in questa produzione Carnaval del 1979: nelle fotografie di questo volume i colori esplodono, concorrono a sviluppare un racconto per immagini del carnevale di Rio de Janeiro, evento che stimola visivamente la fotografa e la ripota, con le dovute differenze dai primi lavori, sulla strada del reportage. Il linguaggio fotografico di Samugheo è, ormai, perfezionato: l’obiettivo, anche davanti a scene concitate e luoghi affollati, trova sempre l’inquadratura adatta per fermare l’attimo.

• Chiara Samugheo, Carnaval (Roma: Pasquale Prunas editore 1979)

L’archivio della fotografa è stato affidato dalla stessa, scomparsa nel 2021, allo CSAC di Parma, che conserva questo importante patrimonio fotografico. Il suo lavoro è stato incluso negli ultimi anni in diverse mostre, come Sguardo di donna: da Diane Arbus a Letizia Battaglia (Venezia, Casa dei Tre Oci, 11 settembre – 8 dicembre 2015), la XVIII Biennale Donna Attraversare l’immagine. Donne e fotografia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta (Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este, 20 settembre – 22 novembre 2020) e Il tempo delle dive (Bari, Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto, 18 marzo – 3 maggio 2026).

Le immagini realizzate da Samugheo nell’arco di decenni tornano, quindi, a proporsi allo spettatore in ruoli sempre nuovi: dalle pagine dei rotocalchi, alle sedi espositive, fino a venire utilizzate da artisti contemporanei, come Alessia Rollo. Quest’ultima, infatti, rileggendo l’identità visiva del Sud Italia con la serie Parallel Eyes, riutilizza alcune fotografie di Samugheo: è il caso dell’opera Estasi Nuziale (2021), in cui compare una delle tarantate di Galatina, o dei lavori esposti alla mostra Visual Narratives of the Italian South (Roma, Bibliotheca Hertziana, 17 aprile – 12 settembre 2024), tra cuiSeer in ecstasy (2021), in cui compare un’immagine di Maria Angela Ivona, tratta da un servizio del 1954 di Samugheo per “Le Ore”.